Farfalle nell’abisso è la raccolta delle mie prime poesie, quelle che ho scritto durante l’adolescenza dai 14 ai 18 anni

Farfalle nell’abisso è la raccolta delle mie prime poesie, quelle che ho scritto durante l’adolescenza dai 14 ai 18 anni, quando tutto era al di sotto della mia coscienza e la mia mente si apriva a un momento di risveglio. Tale caratteristica permette la similitudine con il momento storico che stiamo vivendo. La raccolta ha una sua struttura narrativa, non è una raccolta secondo criterio cronologico.
La prima poesia è l’annuncio dell’evento del risveglio in abisso

L’ultima sezione è intitolata Risvegli d’abisso

In mezzo c’è un Flashback con cui viene rivisitato l’Abisso scandagliandone gli aspetti differenti della memoria, del sonno, del mare, del dolore, fino all’esito ultimo del risveglio. Il mio ‘abisso’ si riferisce a un sistema circolare in cui viene rinnovata continuamente la violenza in tutte le sue declinazioni e la sofferenza che ne deriva.

La continua invocazione della possibilità di uscire dall’abisso, fa di questo abisso una facile metafora politica relativa a un sistema configurato ad hoc per auto generare le crisi, le piaghe sociali, la sofferenza degli individui su cui il sistema stesso sa speculare e che sa usare a proprio vantaggio per autoalimentarsi.
Non nascondo le mie idee politiche riguardo la necessità urgente di uscire dal sistema antidemocratico e usurocratico dell’UE che è basato su alcune truffe economiche e giuridiche ideologiche e fonda il consenso sulla sonnolenza abissale delle coscienze, la disinformazione e la mistificazione della memoria storica. In più credo che il capitalismo ( ulteriore ‘sistema-abisso’ ) non è l’unico destino della storia e un’altro mondo è veramente possibile, sapientemente programmabile, ma questo è un altro libro.

Non mi dilungo sulle varie tematiche toccate: dall’amore all’innocenza, dall’indifferenza alla libertà, dalla dinamica corruzione-purificazione alla speranza.

Per quanto riguarda le scelte estetiche, le mie sono poesie simboliche e trascrizioni dell’inconscio. Ho studiato un metodo per arrivare a una scrittura che sia condensazione delle energie psichiche, rivelazione del profondo. Mi immergo dentro le mie emozioni, anche le più dolorose, entro in un’atmosfera della mia anima in uno stato sonno-veglia, dimentico tutto e come trascinata da un flusso di libere associazioni, frastuoni interiori e visioni, scrivo sognando.

Si tratta di poesia dionisiaca perchè nata nell’ebbrezza secondo la mia concezione del dionisiaco di cui parlerò in un prossimo saggio e per cui ora posso citare a proposito sia della poesia che della musica il verso biblico ‘ebbra si ma non di vino’.

Lavoro sul linguaggio perché sia performativo, una sorta di action-poetry. Come delle snippets di codice in cui il susseguirsi delle parole-istruzioni fa succedere qualcosa. Dove? Naturalmente dentro l’anima del poeta e possibilmente nel lettore, se decide di fare suo il verso del poeta. Tutto consiste nel fare esperienza del verso. Sì perché la poesia ama la piacevolezza, l’arguzia e la profondità del sentire, ma soprattutto richiede al poeta l’esperienza del verso, egli deve vivere del verso perché il verso prenda vita. La poesia è il genere letterario che non ha cittadinanza nella società dei consumi, non può fare alcunché e allo stesso tempo può più di ogni altra cosa, così priva di mercato, così svincolata dalle logiche del commercio, potrebbe tutto o nulla, così inopportuna e inutile, pura, estatica, potente, come un suono che bussa alle porte della percezione di ogni anima, immaginazione senza limiti sopraffatta dal silenzio e sconvolta dal frastuono.

Ecco una breve prosa sulla scrittura, tratta da una narrazione più ampia inedita, per cui sono stata segnalata in un concorso e pubblicata su internet.

La frontiera del ricordo (le chiavi di Arianna)

di Roberta Marino

La frontiera del ricordo non era stata ancora oltrepassata, dieci croci sovrastavano il mio presente e le sue tortuose vie. La prima era il giorno in cui imparai a scrivere, la penna era l’archetto che sollecitava le corde del pensiero, ma non era una spada, né una bacchetta magica, semplicemente era il rotolo da cui si dipartiva il filo del destino, un destino che poche parole sapevano descrivere.
 Arianna aveva tre chiavi, una apriva tutte le porte, un’altra apriva solo la porta del sogno, l’ultima chiudeva il futuro per sempre.
 Arianna non conosceva quale fosse ciascuna di essa. Le aveva sempre custodite in una grotta popolata da pipistrelli, dove scorreva un ruscello, tra le pietre bianche. In mezzo a quelle pietre dormivano le chiavi che risplendevano dorate quando l’alba le colpiva col suo raggio. 
Un giorno Arianna decise che era l’ora di conoscere il potere di quelle chiavi. Si ricordò di come ne era venuta in possesso: una gliela aveva data Artemide e proveniva da Apollo, non era di oro ma brillava più di tutte, la dea le aveva detto di custodirla nell’acqua perché immersa in un torrente avrebbe conservato la sua energia; l’altra gliela aveva data Afrodite con la promessa di non cederla mai a nessuno, anche se un giorno, dopo averla usata avrebbe dovuto restituirla al dio del mare; l’ultima l’aveva trovata nel deserto, un serpente l’aveva da sempre custodita, non era un caso che la chiave fosse d’oro, era più pesante delle altre e luccicava nell’acqua.
 Quale potere avesse ognuna di esse le era ignoto, ma era anche il motivo che la spingeva a recarsi nella grotta solo per guardarle e fantasticare su quali porte avrebbero aperto.
 Arianna scelse la prima, quella che proveniva dal sole e non appena ebbe fatto la sua scelta davanti a lei si aprì immensa la porta del sogno. Ella passò attraverso quella porta e scomparve tra i bagliori. Raggiungere Arianna, quel giorno con la penna in mano, quella era diventata la mia ambizione.